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Mucchetti

Massimo Mucchetti, foto gentilmente presa dal sito di Gad Lerner, che spero non si arrabbi

Alzi la mano chi, tra i giornalisti dell’economia e della finanza, non è caduto dalla sedia (e va bene, sì: ho un po’ esagerato, ma insomma, avete capito) quando ieri, 30 dicembre, è stato annunciata la candidatura con il Pd del vicedirettore “ad personam” del Corriere della Sera, Massimo Mucchetti. Alle spalle una storia professionale complessa e il “periodo buio” della direzione di Paolo Mieli durante il quale al giornale di Via Solferino quasi non scriveva più, Mucchetti, piaccia o meno, almeno fino a ieri (visto che da oggi in linea teorica dovrebbe già essere un politico, no?) era un’istituzione nel giornalismo economico-finanziario. Una volta che, con la direzione di Ferruccio de Bortoli, ha ripreso a scrivere fiumi di parole sul Corriere, le sue prese di posizione nelle varie partite del momento, condivisibili o meno che fossero, hanno sempre fatto parecchio parlare. Nell’ambito del caso Fiat, ad esempio, all’inizio dell’autunno del 2012, ha attaccato sia l’amministratore delegato, Sergio Marchionne, sia il premier, Mario Monti, per come stava gestendo la questione. Nella battaglia su Fondiaria-Sai, tra le grandi storie della finanza del 2012, Mucchetti ha sostenuto l’offerta di Unipol e quindi la posizione di Mediobanca (difficile non farlo, essendo Piazzetta Cuccia tra i soci forti di Rcs, il gruppo editoriale del Corriere). Idem per le Generali, dove, ancora di recente, Mucchetti ha colto l’occasione per sferrare un duro attacco a Palladio e al suo timoniere, Roberto Meneguzzo. In altri termini, al fondo che insieme con la Sator di Matteo Arpe aveva osato sfidare Unipol-Mediobanca nella battaglia su Fonsai.
Ma ultimamente Mucchetti si è ritagliato il suo posticino sotto i riflettori economico-finanziari soprattutto per il “Confiteor”, il libro-intervista a Cesare Geronzi, ex presidente di Generali e, prima ancora, di Mediobanca e Capitalia. Un banchiere “di sistema”, come era definito ai bei tempi (per lui) di quando era al potere per la tendenza a finanziare progetti legati alla tutela di interessi nazionali, naturalmente effettivi o presunti. E giornalista “di sistema” è talvolta stato definito anche Mucchetti, tra l’altro storicamente vicino a Giovanni Bazoli, altro grande banchiere “di sistema” della finanza italiana. Tuttavia, come lo stesso Mucchetti ha tenuto a precisare in un commento sul Corriere del 30 dicembre, in taluni casi vanno privilegiate le soluzioni di sistema, in altri quelle di mercato (altrimenti non si spiegherebbe il suo sostegno alla Volkswagen per l’acquisto dell’Alfa Romeo da Fiat). Insomma, bisogna valutare caso per caso.
E per quel che riguarda il caso della discesa di Mucchetti nell’arena politica, però, c’è chi qualche domanda se l’è già posta e qualche, forse parziale, valutazione l’ha già fatta. Io, ad esempio, mi chiedo se sia normale che un giornalista che, fino all’altro ieri, affrontava i temi economici e finanziari più delicati del paese, prendendo posizioni forti, di punto in bianco si candidi alle politiche. Liberissimo di farlo, per carità. Del resto, come lui stesso afferma in una intervista rilasciata oggi al Corriere, gli esempi di giornalisti che hanno fatto il grande (?) salto e sono passati in politica non mancano (lui tira in ballo anche Monti, anche se non mi risulta abbia mai avuto velleità giornalistiche, ma semplicemente che abbia scritto articoli in veste di professore, come fanno in tanti). In ogni caso, non sarebbe stato meglio prendersi un periodo sabbatico per separare le due attività, tanto diverse e tanto in contrasto tra loro? Ma sono solo domande, le valutazioni le lascio a voi.

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