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Roberto Colaninno in un'immagine gentilmente presa a prestito da Roma Italia lab

Roberto Colaninno in un’immagine gentilmente presa a prestito da Roma Italia lab

Dlin dlon, informazione di servizio: “Si avvisano i signori viaggiatori che da oggi i capitani coraggiosi che “salvarono” Alitalia nel 2008 sono liberi di vendere le loro azioni”. Alla mezzanotte di ieri, infatti, è scaduto il cosiddetto vincolo di lock-up che impediva ai soci della cordata italiana (Cai), messa insieme dall’allora premier Silvio Berlusconi (che ciononostante si era ben guardato dall’essere della partita con qualcuna delle proprie società), di cedere i titoli della compagnia della Magliana. Resta solo un diritto di prelazione tra gli stessi azionisti, che sarà in vigore fino a ottobre e che non è detto possa portare lontano dal momento che nessuno della cordata dei capitani di ventura sembra essere smanioso di incrementare la propria partecipazione. C’è, semmai, chi, complice una situazione finanziaria di Alitalia non delle più felici, non vede l’ora di vendere. Nei giorni scorsi si è parlato con insistenza della volontà di uscire dei soci minori. Ma vediamo com’è composto l’azionariato di matrice italica della compagnia di bandiera: al primo posto c’è la Fire Spa di Emilio Riva con il 10,6%; poi l’8,9% di Intesa Sanpaolo, il cui ex consigliere delegato Corrado Passera (ora ministro uscente dello Sviluppo) fu grande regista dell’operazione al fianco di Berlusconi; l’Atlantia dei Benetton pure con l’8,9%; la Immsi del presidente di Alitalia, Roberto Colaninno, con il 7,1%; Carlo Toto con il 5,3%; stessa quota che si trova in mano alla Th Sa della famiglia Angelucci; c’è poi la Fondiaria-Sai nel 2008 di proprietà della famiglia Ligresti e ora controllata da Unipol con il 4,4%; la Equinocse sarl di Salvatore Mancuso al 3,8%; la famiglia Carbonelli D’Angelo al 2,7%; più tutta una serie di altri soci di minore peso tra cui la Pirelli (1,8%) e la Marcegaglia Spa (0,9 per cento).
Anche in virtù del fatto che sono decisamente numerosi – non foss’altro che per un calcolo probabilistico – sembra abbastanza scontato che qualcuno di questi azionisti voglia uscire. E dunque? A chi potrebbero vendere? Negli ultimi giorni, le ipotesi non sono certo mancate. Come riferisce oggi il Sole24Ore, si è parlato, soprattutto, di Air France, che tra l’altro è il primo socio singolo di Alitalia con il 25% e pertanto può contare sul diritto di prelazione fino a ottobre. Il nodo, tuttavia, come del resto accade in ogni transazione che si rispetti, è quello del prezzo: i soci di Cai punterebbero naturalmente a recuperare almeno il valore iniziale dell’investimento, pari complessivamente a 847 milioni di euro, una cifra che però non sembra essere nei pensieri della compagnia di Oltralpe. Le due parti riusciranno a incontrarsi a metà strada? Si vedrà. Intanto, a seguire il dossier è anche la compagnia di Abu Dhabi, Etihad, stando dietro al cui interesse però Alitalia corre il rischio di perdere alcuni diritti di traffico. A ridosso delle festività natalizie, poi, il Corriere della Sera aveva fatto il nome di Ferrovie dello Stato come possibile nuovo salvatore di Alitalia, anche se al momento un’operazione di questo tipo sembra effettivamente essere su un binario morto (è proprio il caso di dirlo). Infine, come può mancare “mamma Cassa depositi e prestiti (Cdp)”, la società che suole entrare in scena ogni volta che, nella finanza di casa nostra, c’è un’emergenza e/o i reali compratori latitano? Ebbene sì: anche stavolta circola il nome di Cdp, anche se lo stesso Sole24Ore di oggi fa notare che la Cassa investe esclusivamente in società stabili dal punto di vista economico, finanziario e patrimoniale, e non sembra essere questo il caso di Alitalia.
Dlin dlon, informazione di servizio: “Si avvisano i signori viaggiatori che da oggi i capitani coraggiosi che “salvarono” Alitalia nel 2008 sono liberi di vendere le loro azioni, ammesso e non concesso che riescano a trovare un nuovo salvatore”.

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