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Negli anni 2000, quando da Unicredito Italiano il gruppo bancario cambiò nome in Unicredit, forse qualcuno pensò che l’aggettivo “italiano” cozzasse un po’ contro la massiccia espansione estera targata Alessandro Profumo (che per la legge del contrappasso ora si trova a Siena a gestire la situazione di una banca, Monte dei Paschi, che più provinciale poiché più legata a un’unica città non si può). Forse però allora nessuno avrebbe immaginato che l’aggettivo “italiano” sarebbe un giorno parso totalmente fuori luogo per via degli azionisti. Sì, perché da un paio di anni a questa parte l’azionariato di Unicredit batte sempre più bandiera straniera. Questa tendenza ha preso il via con l’arrivo, nel 2008, dei libici, all’epoca tanto temuti dalle fondazioni nostrane e sui quali, soprattutto, nel settembre del 2010, perse la poltrona niente meno che Profumo (o meglio: quella libica dovrebbe essere stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso per l’ex amministratore delegato di Piazza Cordusio). Gli ultimi soci esteri ad avere incrementato la quota in Unicredit, in base alle comunicazioni Consob, sono quelli di Blackrock, ora al secondo posto nell’azionariato della banca guidata da Federico Ghizzoni con il 5,036%, alle spalle degli arabi di Aabar (6,5 per cento). Al terzo posto dopo Blackrock si trova invece Pgff Luxembourg, il private equity con base a Londra, Pamplona, con il 5%, mentre bisogna scorrere fino alla quarta posizione per stanare il primo azionista italiano: Cariverona, con il 3,53 per cento. C’è poi un’altra Fondazione, Carimonte, al 3%, seguita da un altro fondo straniero: Capital research and management, con una quota del 2,73 per cento. Tornando a Blackrock, però, attendiamo ancora qualche giorno, perché poco più di un anno fa, a ridosso dell’aumento di capitale di Unicredit, il fondo sbagliò a comunicare la propria partecipazione a Consob e rettificò qualche giorno dopo. Meglio attendere, non si sa mai.

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