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Il premier Enrico Letta

Il premier Enrico Letta

Qualcuno, con parole un po’ rudi ma efficaci, forse commenterebbe che ci fanno la pipì in testa e ci dicono che piove. Sta succedendo qualcosa del genere con i tetti agli stipendi del manager pubblici. Vediamo perché. Nel 2011, il governo di Mario Monti, con il decreto Salva Italia, aveva introdotto un limite alle retribuzioni dei vertici delle aziende pubbliche non quotate, fissato a 300mila euro, che non è proprio una cosa da nulla, anche perché corrisponde a quel che prende il primo presidente della Cassazione.
Ecco, il governo di Enrico Letta, dicono fonti vicine al governo stesso, voleva addirittura – udite udite – estendere l’applicazione di questa norma e così leggete bene che cosa ha partorito il decreto del Fare: si stabilisce che il limite di 300mila euro venga allargato a “tutte le società che non svolgono servizi di interesse generale, anche di rilevanza economica”.
Badate bene a quel “non svolgono” (che pare sia stato aggiunto “per errore” da una commissione parlamentare) perché consente di tenere fuori dall’ambito di applicazione del tetto i vari manager di Poste Italiane (Massimo Sarmi), Ferrovie dello Stato (Mario Moretti), Anas (Pietro Ciucci) e così via, ossia i veri pesci grossi che il premier Monti – e questo merito è uno dei pochi che gli va riconosciuto – era invece riuscito a mettere nella rete.
Quindi, riassumendo: il governo Letta, seppure volendo estendere il tetto, lo ha in realtà circoscritto, e anche di molto. Il governo ha respinto le accuse di dietrofront e ha affermato con amarezza (più nostra che sua, verrebbe da dire) che “duole rilevare come una norma che introduce elementi di uniformità e di regolazione nella determinazione dei compensi per i manager pubblici, venga interpretata come tentativo di eliminare il tetto retributivo”. Ecco, avete presente la pioggia di cui vi parlavo all’inizio del post? La mia impressione è che in questo momento stia diluviando…
Ricordo poi che già alla fine di giugno il ministero dell’Economia, guidato da Fabrizio Saccomanni, ha emanato una direttiva che fissa tutta una serie di paletti sulle nomine pubbliche, in termini sia di eleggibilità, sia, per le società quotate in Borsa, di remunerazione dei manager. E anche qui sembra andare in scena una farsa all’italiana, perché se, da una parte, si prevede di stabilire “una correlazione tra il compenso complessivo degli amministratori con deleghe e quello mediano aziendale”, dall’altra, non si quantifica in alcun modo tale legame, demandando alle assemblee dei soci  società la fissazione di un tetto più preciso.
Va a finire che, in tempi di crisi come quelli attuali, c’è gente come l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, che guadagna qualcosa come 6,4 milioni in un anno, ossia 105 volte il costo del lavoro medio nel gruppo petrolifero.
Più che diluviare adesso sta addirittura grandinando…

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