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In questi giorni sta facendo rumore la polemica contenuta nella lettera (qui sopra trovate due foto del documento) datata 19 agosto e inviata dal “piccolo azionista ed ex dipendente Carige” Luciano Port, tra gli altri, ali organi di stampa e ai presidenti della banca e della omonima Fondazione prima socia, ossia rispettivamente a Giovanni Berneschi e Flavio Repetto.
Della missiva, che potete leggere qui, ha scritto ieri anche Il Secolo XIX, tornando sulla vicenda dello Ior e della misteriosa (se non fosse tale del resto non sarebbe coinvolta la banca vaticana) mancata conversione dei titoli obbligazionari che avrebbero dovuto permettere all’istituto all’epoca guidato da Ettore Gotti Tedeschi di entrare nell’azionariato di Carige.
Ecco cosa si legge nella prima domanda, sulle cinque totali, con cui Port esordisce nella missiva:

Nel passato (nel 2010, ndr) fu emesso da Banca Carige un prestito obbligazionario convertibile in azioni di 400 milioni di € di cui 200 milioni furono sottoscritti dalla Fondazione. Successivamente 60 milioni furono ceduti alle Cr Torino e 100 milioni allo Ior. La quota allo Ior venne ceduta a valore 100 quando la quotazione era a 105. In un secondo tempo, non collimando più evidentemente le strategie, la Fondazione Carige ricomprò le obbligazioni a valore di 102.
Corrisponde al vero quindi che si determinò un mancato guadagno iniziale di 5 milioni e un esborso successivo di 2 milioni per un totale di un minor introito pari a 7 milioni di euro?

Ora, Il Secolo XIX fa notare che in realtà la Fondazione Carige comprò le obbligazioni dalla Ior a 101,6 milioni. Sta di fatto che per l’ente ora primo socio della banca al 47% si trattò comunque di un esborso importante, che rende abbastanza realistica l’ipotesi che Port fa subito dopo alla domanda numero due:

La Fondazione Carige successivamente riconvertì i 100 milioni di obbligazioni ricomprati dallo Ior in azioni Carige passando dall’ora 39% all’attuale 47% circa.
E’ vero che per tale operazione la Fondazione rimase praticamente a zero di liquidità?

E da qui si arriva poi direttamente alla domanda tre, in cui Port si lancia in un’ulteriore ipotesi – analogamente a quanto fatto di recente anche dalla Repubblica di Genova – che riguarda una possibile “scalata” dei soci francesi di Bpce:

Oggi è ipotizzabile per Banca Carige un aumento di capitale fra i 400 e i 700 milioni (realisticamente sui 600 milioni) ad un prezzo oscillante fra 0,20 e 0,30 € per azione. Non avendo la Fondazione disponibilità liquide dovrebbe cedere i propri diritti ad altri e ciò potrebbe portare la Fondazione ad una presenza nel capitale Carige oscillante fra un minimo del 18% ad un massimo del 29%. I soci francesi, oggi in possesso di circa il 10% di azionariato potrebbero acquistare i diritti della Fondazione e rastrellando azioni sul mercato spingersi sino al 29,9% restando dentro ai limiti richiesti per l’Opa pubblica.
Corrisponde al vero questo ipotetico scenario che vedrebbe la Fondazione Carige non essere più il principale azionista di Banca Carige?

A parte che mi sfuggono i ragionamenti sull’entità dell’aumento, il cui ammontare sarà ignoto almeno fino a che non si saprà a che prezzo Carige venderà le assicurazioni (a settembre si dovrebbe avere un quadro più chiaro), una cosa è evidente dalla missiva di Port: questo piccolo azionista è molto bene informato. Almeno quanto potrebbe esserlo un grande socio, se non addirittura di più.

Ma chi è Luciano Port? Nella lettera lui stesso si definisce “piccolo azionista ed ex dipendente Carige”, ma è anche l’ex sindaco di Recco (negli anni ’80 per la Dc) e l’attuale coordinatore del Pd della stessa città ligure. In ambienti genovesi qualcuno lo descrive come un ex democristiano e un ex sindacalista della Fiba-Cisl. Soprattutto, però, c’è chi lo descrive come molto vicino al presidente di Carige Berneschi, così come del resto sembra essere anche l’Associazione azionisti della Banca Carige Spa, che per l’appunto riunisce i piccoli soci dell’istituto di credito genovese. L’Associazione è a sua volta presieduta dall’ex dirigente ed ex consigliere di amministrazione di Carige, Mario Venturino, in buoni rapporti con Berneschi così come pure lo è il presidente della Regione Liguria del Pd, Claudio Burlando, che di recente è sceso in campo in difesa del presidente della banca (potete leggerne anche qui).
Non a caso, l’ultima domanda che pone Port nella missiva è identica a quella che nei giorni scorsi faceva lo stesso Burlando:

E’ indubbio che vi sia stata una accelerazione da parte della Fondazione Carige nel prendere delle decisioni così importanti con un consiglio praticamente in scadenza e i cui membri sono quasi interamente non rinnovabili.
Non si ritiene che dovesse essere un nuovo consiglio nella sua pienezza di funzioni a determinare, in rappresentanza di tutti gli enti nominanti, il futuro della banca per i prossimi sei anni?

In attesa di capire se le domande di Port resteranno senza risposta, è sempre più evidente come a Genova sia in corso una guerra spietata tra la Fondazione prima azionista, che di qui a qualche giorno dovrebbe sciogliere le riserve sul sostituto di Berneschi, da eleggere con l’assemblea degli azionisti del 30 settembre, e lo stesso presidente ancora in carica, con i suoi numerosi amici e sostenitori strenuamente al suo fianco.

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