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Dopo il passaggio della quota di controllo di Telecom Italia agli spagnoli di Telefonica, impazza sempre di più la questione dello straniero che viene al di qua del confine a depredarci e a saccheggiare i nostri tesori. Ora, volendo sorvolare sulla definizione di “tesoro” o “gioiello”, è indubbio che negli ultimi mesi si siano moltiplicati i casi di società italiane passate o in via di passaggio sotto il controllo estero.
E Telecom Italia è solo la punta dell’iceberg, perché a stretto giro pare sarà la volta di Alitalia, che dovrebbe finire nelle mani di Air France, dopo l’operazione “di sistema” fallimentare che nel 2007 aveva visto scendere in campo i “capitani coraggiosi” guidati e coordinati dall’ex premier Silvio Berlusconi e dall’Intesa di Corrado Passera. E anche le “tre Ansaldo” di Finmeccanica sono destinate a prendere il largo, lontano dal Belpaese.
Il passato recente, invece, è storia nota: soltanto per citare alcuni esempi, Parmalat è finita nelle grinfie dei francesi di Lactalis, Edison sotto le insegne di Edf e Bulgari e Loro Piana sono stati rilevate dal colosso Lvmh.
Insomma, gli stranieri, e i francesi in particolare, sembrano andare pazzi per le aziende nostrane. Tuttavia, c’è un settore che, almeno per il momento, sembra essere escluso da questa “colonizzazione” intensificatasi negli ultimi mesi: quello delle banche. E’ vero che, anche in questo caso, le francesi hanno già fatto la loro parte: nel 2006 Bnp Paribas si è comprata Bnl e nel 2007 Crédit Agricole è diventata capogruppo di Cariparma. Ma si tratta di operazioni ormai risalenti ad almeno sei anni fa.
Le banche che sono ora in vendita, tutte o solo parzialmente, non sembrano proprio fare gola a nessuno. A cominciare dal Monte dei Paschi di Siena, che a breve dovrà avviare un aumento di capitale da 2,5 miliardi a cui ancora non si sa chi prenderà parte. Soci nuovi all’orizzonte disponibili a cacciare il grano, ha più volte lasciato intendere il management di Mps, non ce ne sono.
Come dimenticare, poi, Carige? La banca ligure è alle prese con un rafforzamento patrimoniale da 800 milioni, parte del quale – è ormai praticamente certo – da realizzare con un vero e proprio aumento. Ma chi sarà della partita, anche in questo caso, non si sa. Mesi fa, quando era ancora al potere, il presidente uscente Giovanni Berneschi (lunedì prenderà il suo posto Cesare Castelbarco) aveva tentato senza successo di trovare nuovi azionisti, ma lo sforzo non aveva prodotto nulla di meglio che la strampalata operazione Unipol (stoppata da Mediobanca e dalla Fondazione Carige, socia della banca con quasi il 47% del capitale).
C’è poi Banca Marche, sulla quale da tempo si favoleggia di un interesse straniero – guarda caso, si tirano in ballo Bnp Paribas e Crédit Agricole – ma nulla si è ancora concretizzato, né sembra sul punto di farlo. Tant’è che Mf di oggi riferisce che l’istituto di Jesi sarebbe ormai a un passo dal vero e proprio commissariamento, dopo i due mesi di Limbo concessi da Bankitalia lo scorso agosto. Insomma, al momento, al Supermarket Italia, a differenza di quanto accadeva negli anni d’oro delle vacche grasse, nessuno sembra volere comprare le banche.

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