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Sergio Marchionne

Sergio Marchionne

Innanzi tutto, sebbene con qualche giorno di ritardo, devo fare gli auguri a questo blog che compie un anno. Un anno in cui sono cambiate tante cose, a cominciare dal fatto che da metà novembre lavoro per Dagospia. Ma bando alle ciance. E passiamo alla storia economico-finanziaria del momento: quella di Fiat che, il primo gennaio, ha annunciato il tanto agognato raggiungimento di un accordo con il fondo Veba per arrivare al 100% di Chrysler.
Ora, a parte gli elogi incrociati all’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, in molti (compresi noi di Dagospia qui, mentre qui potete leggere una mia intervista all’ex presidente della Fiom Giorgio Cremaschi sull’argomento) hanno fatto notare che dei 4,35 miliardi di dollari che in base all’accordo finiranno nelle casse di Veba dalle tasche di Fiat ne usciranno soltanto 1,75. I restanti 1,9 miliardi e 700 milioni andranno, infatti, al fondo americano rispettivamente attraverso un dividendo e come contribuzione distribuita su quattro anni.
In pratica, è come se la Fiat stesse comprando da Veba il 41,5% non ancora detenuto in Chrysler (il restante 58,5% è già suo) soprattutto con i soldi della stessa Chrysler. Se ne sono lette tante a riguardo. Una delle più interessanti è stato il commento su Facebook di un lettore di Dagospia, che si complimentava con Marchionne perché aveva, a suo dire, fatto la stessa “furbata” di Lactalis con Parmalat.
Ricordiamo velocemente quest’ultima storia: la francese Lactalis della famiglia Besnier, nel 2011, fa una cosa che nella finanza italiana è più unica che rara: lancia un’Opa, e si compra la Parmalat. Nel 2012, poi, a un anno di distanza dall’acquisizione, Lactalis pensa bene di usare la cassa della società italiana, depredando così il tesoretto accumulato dall’ex commissario Enrico Bondi dopo il crac della famiglia Tanzi, per fare comprare alla Parmalat la propria consociata americana Lag (il prezzo, palesemente eccessivo, è stato già abbassato e ora a indagare c’è pure la Procura).
In entrambi i casi, è evidente, si usa la cassa di una società per fare fronte a un’operazione che vede la stessa società agire come protagonista. Ma ci sono alcune importanti differenze che rendono i casi completamente diversi l’uno dall’altro. Innanzi tutto, Fiat utilizza la cassa di Chrysler, che è una società detenuta al 58,5% dalla stessa Fiat e per il restante 41,5% (ancora per poco) da Veba, che è il fondo con cui è stato raggiunto l’accordo. Ammesso e non concesso che ci sia stato un danno per gli azionisti, questi si presuppone ne siano pienamente consapevoli.
Viceversa, Parmalat è una società quotata in Borsa, cosa che presuppone che il management, nel momento in cui approva determinate operazioni, sia chiamato a risponderne a tutti i soci – non solo quelli di maggioranza di Lactalis – in base a principi di efficienza e/o di economicità dell’operazione. E nel caso dell’acquisto di Lag, il principio della convenienza non sembra proprio essere stato rispettato visto che i 900 milioni di dollari inizialmente pagati sono subito apparsi oggettivamente troppi.
Infine, ultima differenza certamente non da poco, la cassa di Chrysler esce per andare a finire nelle tasche non già dei primi azionisti di Fiat, cioè le famiglie Elkann-Agnelli, ma di Veba; mentre nel caso di Parmalat esce per tornare, a monte, nelle tasche dei primi soci di Lactalis, cioè i Besnier, proprietari sia del gruppo di Collecchio sia di Lag.

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