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Torno a scrivere sul blog dopo una lunga assenza per fare un gioco. Un gioco di quelli che amavo fare quando ero bambina e scarabocchiavo sulla Settimana enigmistica: unire i puntini sparsi apparentemente a casaccio su uno spazio bianco per fare comparire una figura precisa. Ecco, in questo gioco, a rappresentare i puntini da ricongiungere sono due vicende economiche che riguardano il finanziere bretone Vincent Bolloré.
La prima risale all’inizio di ottobre del 2013, quando, a sorpresa, Bolloré annuncia che lascia la vicepresidenza delle Generali “a seguito degli impegni derivanti da altri incarichi recentemente assunti in Francia”. Il finanziere francese, il 27 settembre, in occasione del consiglio di amministrazione, aveva motivato la sua uscita di scena dal vertice del Leone con la necessità di “dedicare maggiore tempo a Vivendi”, dove era appena stato nominato vicepresidente, e dove – qualcuno sussurrava – sarebbe presto potuto diventare presidente (cosa al momento non ancora avvenuta).
I punti su questo immaginario foglio economico-finanziario riguardano una seconda vicenda finanziaria, che risale ai giorni scorsi. Il 27 gennaio si è saputo che la Consob ha multato per tre milioni di euro, una cifra mica da ridere, specie se raffrontata all’ammontare medio delle sanzioni comminate dalla Commissione di vigilanza italiana, niente meno che Bolloré, accusandolo di avere fornito, nel 2010, “indicazioni false e fuorvianti sul prezzo delle azioni” della holding dell’allora gruppo Ligresti, Premafin. Soprattutto, però, Consob ha interdetto il finanziere di oltralpe per 18 mesi dalle cariche nelle società quotate in Italia.
Ecco, adesso uniamo i puntini: siccome è chiaro che la multa da parte dell’Authority sia arrivata dopo mesi e mesi, per non dire anni, di indagini, di cui riesce difficile pensare che Bolloré non fosse al corrente, le sue dimissioni dalla vicepresidenza delle Generali, con la notizia dell’interdizione dalle cariche italiane, non si colorano di nuovi significati? Tanto più che il finanziere francese teneva in particolar modo alla poltrona triestina, che nell’aprile del 2012 aveva già preferito a quella nel consiglio di Mediobanca dopo che la legge italiana sulle doppie poltrone lo aveva messo alle strette.

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