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“La dove c’era l’erba, ora c’è una città”, cantava Adriano Celentano ne “Il ragazzo della via Gluck”, canzone che non so per quale diavolo di motivo oggi ho in mente; che si tratti di un tema in un certo qual modo pasquale? A ogni buon conto, allo stesso modo, nel bilancio di Banca Monte dei Paschi di Siena, là dove c’era Sorgenia, ora non c’è più nulla (altro che la città che cantava il Molleggiato). Il riferimento è alla utility controllata dalla Cir della famiglia De Benedetti che proprio in questi tempi è alle prese con una complessa ristrutturazione del debito da quasi 2 miliardi. L’istituto di Rocca Salimbeni guida le banche finanziatrici con una esposizione di circa 600 milioni, ma è anche socia diretta del gruppo dell’energia al fianco della Cir e degli austriaci di Verbund.
E così, se nel documento sui conti del 2012 Mps dava conto della partecipazione azionaria dell’1,16% (quell’anno, tra l’altro, poiché evidentemente Sorgenia cominciava a dare le prime avvisaglie di cedimento, svalutata da 40,3 a 7,7 milioni), nel bilancio del 2013, la banca presieduta da Alessandro Profumo e guidata da Fabrizio Viola ha preferito non farne menzione. E certamente non perché abbia venduto la partecipazione (e chi se la prenderebbe mai?), ma perché, semplicemente, ha scelto di non parlarne. Per carità, lo può fare, trattandosi di una piccola quota, ma non si capisce il motivo di questo silenzio, tanto più che sia nel 2012 sia nel 2013 l’istituto senese era già guidato dal tandem Profumo-Viola (l’ex timoniere di Unicredit arrivò a Siena nell’aprile di due anni fa). In altre parole, non si è verificato un cambio in plancia di comando tale da giustificare una modifica alla redazione del bilancio. A essere maligni, viene quasi il sospetto che, ora che il caso Sorgenia è esploso e molti media non fanno che parlarne, ai piani alti di Mps si sia deciso che sia meglio adottare la strategia del silenzio.
E invece proprio adesso un po’ di chiarezza in più sulla vicenda della utility, finanziata a piene mani dalle banche quando l’investimento in termini di capitale dei soci e in particolare della Cir è stato minimo, certamente non guasterebbe. Ma l’unico istituto di credito che ha deciso di scoprire le carte in tavola è l’Ubi guidata da Victor Massiah, che nel 2013 ha passato i 149 milioni di esposizione verso Sorgenia da “in bonis” a “incagli”. Ne ho scritto qui su Dagospia.

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