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Ramin Bahrami

Ramin Bahrami

In attesa che domani il pianista Ramin Bahrami sia premiato come “inquieto dell’anno 2014” alla Festa dell’inquietudine di Finale Ligure, ho scambiato due parole al telefono con lui, proprio mentre era in viaggio per raggiungere la Liguria di Ponente. Trantasettenne e considerato uno dei massimi interpreti di Johann Sebastian Bach, Bahrami è esule dal 1987 dall’Iran, paese che gli ha dato i natali, e ora, dopo avere studiato in Italia per un po’, da 15 anni vive in Germania.

Bahrami, che cosa significa per lei “inquietudine”?
Do alla parola innanzi tutto una connotazione positiva: ci vedo dentro qualcosa che ha a che vedere con la musica e in particolare con il ritmo e il movimento. Mi sento inquieto perché sono sempre in viaggio per portare nel mondo la musica Bach. Poi però devo dirle che mi sento anche un po’ inquieto in senso negativo.
In che senso?
Perché vedo la sufficienza con cui la politica tratta la cultura.
E trova che sia un problema squisitamente (per usare un avverbio volutamente stridente) italiano o devono farci i conti anche altri paesi?
Il problema senz’altro è generale, perché in giro ci sono tanta mediocrità e tanta superficialità. Ma gli altri paesi in qualche modo cercano di valorizzare la cultura; l’Italia, invece, la massacra.
Si figuri che da noi qualcuno, nella fattispecie l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, è arrivato a teorizzare che con la cultura non si mangi.
La cultura dà da mangiare, ma in Italia è in mano alle lobby, perciò c’è il rischio che ci mangino in pochi e che venga usata con il solo scopo di arricchirsi.
Insomma, con la cultura in Italia non si mangia perché è un magna magna…
E’ triste ma è così.

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