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Mario Greco

Mario Greco

Vi ho parlato spesso (da ultimo qui) dell’uscita dell’ex direttore generale e finanziario delle Generali, Raffaele Agrusti, entrato inesorabilmente in conflitto con l’amministratore delegato della compagnia triestina, Mario Greco. E ho tentato di raccontare questa storia, con qualche retroscena inedito, ieri sul “Fatto Quotidiano” (qui potete leggere l’articolo).
Cercando di riassumere, ora, sulla testa tanto di Agrusti quanto dell’ex ad delle Generali Giovanni Perissinotto pendono ben due spade di Damocle: da una parte, la causa di lavoro promossa proprio da Greco; dall’altra, l’inchiesta dei pm di Trieste, nell’ambito della quale gli ex vertici risultano indagati per ostacolo all’attività di vigilanza.
Nei mesi scorsi, abbiamo letto e riletto di come alla base dell’azione di risarcimento promossa da Greco ci siano le tanto controverse operazioni con i soci veneti del Leone riuniti in Ferak. Tra queste, la sottoscrizione di obbligazioni in favore del fondo Finint, l’investimento nell’Ilva di Taranto con la famiglia Amenduni e la partecipazione al capitale di Palladio. Gran parte di questi investimenti, nel marzo 2013, è finita sotto il radar della società di consulenza Kpmg, che ha quantificato le perdite potenziali in 234 milioni di euro.
Peccato però che le operazioni a diverso titolo contestate agli ex vertici nella causa di lavoro non siano soltanto quelle realizzate con gli azionisti veneti. Ci sono, infatti, sia alcune forniture alle Generali che riguardano società (in primis Onda Communications) riconducibili al fratello di Agrusti, Michelangelo, sia vicende che coinvolgono, a diverso titolo, Mediobanca.
Quest’ultimo è il caso del salvataggio della società di telefonia Telit, risalente ai primi anni Duemila. Nel memoriale depositato al tribunale di Trieste, Agrusti sostiene che gli ex vertici del Leone furono spinti a salvare Telit, con un investimento da poco più di 50 milioni, anche dall’intervento di Mediobanca, a quell’epoca guidata dall’ex delfino di Enrico Cuccia, Vincenzo Maranghi, scomparso nel 2007. “Mediobanca non aveva finanziamenti bancari con il gruppo Telit”, dicono dall’istituto. Ma nel 2000, la banca d’affari aveva assistito la società di telefonia come consulente nell’aumento di capitale da 100 miliardi di lire e nel finanziamento a medio termine da 365 miliardi di lire.
A tirare in ballo Mediobanca, ma questa volta quella dell’era di Alberto Nagel e Renato Pagliaro, è anche il cosiddetto “bond ibrido”, vale a dire uno strumento in termini di rischio a metà tra le azioni e le obbligazioni classiche, con cui piazzetta Cuccia, nel 2008, finanziò per 500 milioni le Generali. In questo caso, la compagnia triestina incolpa gli ex vertici di non avere informato né il consiglio di amministrazione, né Greco, né l’authority assicurativa Isvap (oggi Ivass) di una clausola di rimborso anticipato associata al prestito che, se fosse stata nota, avrebbe impedito alla compagnia di utilizzare lo stesso bond per rafforzare il proprio patrimonio. L’omissione è emersa lo scorso autunno quando Mediobanca, dopo i primi contatti di ottobre e con lettera dell’11 dicembre 2013, per via dell’imminente entrata in vigore della nuova regolamentazione di Basilea 3, ha chiesto di modificare alcune condizioni del finanziamento, rendendolo di fatto più oneroso per le Generali. Che nel frattempo, per evitare di pagare di più, hanno deciso di rimborsare in anticipo il prestito. Fonti vicine a Perissinotto giustificano la mancata comunicazione all’Isvap sottolineando che “ogni eventuale rimborso sarebbe comunque stato soggetto a preliminare approvazione dell’autorità di controllo”. Di più: la difesa cita una riunione del cda delle Generali del 25 settembre 2008, in cui l’ex ad ha fornito informazioni sull’ibrido e, rispondendo a una domanda del vicepresidente Francesco Gaetano Caltagirone, ha aggiunto che sarebbe stato possibile chiedere a Mediobanca, con un po’ di preavviso, il rimborso anticipato. Se così fosse, verrebbe a cadere la tesi di Greco secondo cui il consiglio sarebbe stato tenuto all’oscuro dello strumento e di alcune sue caratteristiche.
E proprio Caltagirone, o meglio, un investimento delle Generali che conduce a lui, sembra essere il motivo della prima richiesta di dimissioni avanzata da Greco ad Agrusti il 24 giugno del 2013. L’ad delle Generali, in particolare, dopo poco dal suo arrivo a Trieste, pare essersi particolarmente inalberato per l’investimento del Leone in Apple, un fondo immobiliare gestito dalla Banca Finnat della famiglia Nattino che si occupa di un’area residenziale affidata a Vianini Lavori, società del gruppo Caltagirone. Un portavoce delle Generali sostiene, invece, che “il 24 giugno vennero presentati al dottor Agrusti esclusivamente i pareri legali relativi alle operazioni del rapporto di Kpmg”.
Va, inoltre, ricordato che all’operazione Apple avrebbe lavorato anche Giancarlo Scotti, ex numero uno della divisione immobiliare del Leone e tra gli ultimi manager usciti dal gruppo dopo il repulisti avviato da Greco. Pare, in particolare, che si fossero fatti un po’ tesi i rapporti non tanto tra Scotti e l’ad delle Generali quanto piuttosto tra il manager e lo stesso Caltagirone.
Chi invece appartiene ancora alla vecchia gestione ma resiste a Trieste è l’ex numero uno del gruppo (in tandem con Perissinotto), Sergio Balbinot, per il quale, nell’ottobre del 2012, Greco aveva addirittura ideato un nuovo incarico, quello dal nome rigorosamente inglese (non sia mai!) di chief insurance officer, badando bene, però, a farlo uscire nello stesso tempo dal consiglio di amministrazione. Resisterà ancora il prode Balbinot o alla fine sarà costretto a soccombere alla “pulizia” ai vertici di Greco? C’è chi comincia a scommettere sulla seconda eventualità.

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